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Micropropagazione di cinque cloni di mirto sardo

Il mirto (Myrtus communis L.) è una specie tipica della flora mediterranea. L’interesse per questa pianta è legato, oltre che al valore paesaggistico ed ecologico, anche all’impiego in campo alimentare, farmacologico, cosmetico e foraggero (Scortichini, 1986).
In Sardegna sono presenti diverse industrie di trasformazione che utilizzano le bacche di mirto per la produzione dell’omonimo liquore. L’approvvigionamento della materia prima avviene a carico delle piante spontanee che, in seguito alle abbondanti e continue raccolte, in alcuni areali subiscono danni tali da pregiudicarne il successivo sviluppo (Bullitta et al., 1996).
In tale situazione il problema della salvaguardia della flora spontanea assume particolare rilievo e gli stessi produttori dell’industria liquoristica hanno manifestato interesse per la costituzione di impianti di mirto. Di conseguenza cresce l’esigenza di approfondire gli studi e la conoscenza di questa specie, al fine di mettere a punto tutte le tecniche correlate alla sua coltivazione.
In questo lavoro l’interesse è rivolto alla tecnica di propagazione, con specifico riferimento alla moltiplicazione vegetativa.
Precedenti esperienze attestano una certa difficoltà nel propagare il mirto per talea, non tanto per quanto riguarda la fase di radicazione, quanto per la successiva fase di adattamento, durante la quale si può andare incontro ad una notevole perdita di materiale (Milia et al., 1996). Lo stesso problema è stato riscontrato in un impianto sperimentale del C.R.A.S. per la valutazione di cloni di mirto ottenuti per talea: durante il primo anno si sono verificate delle
fallanze che hanno interessato con differente entità i diversi genotipi ma che hanno raggiunto anche punte del 36% (Pinna et al., 1999).
In questo contesto la micropropagazione assume notevole interesse, inserendosi come possibile alternativa alla tecnica di moltiplicazione per talea.
In merito alla micropropagazione i risultati ottenuti da alcuni autori hanno permesso di identificare un protocollo applicabile con buona probabilità a tutte le specie o genotipi superiori di mirto (Ruffoni et al., 1994).
Successivamente altri autori, ispirandosi al medesimo protocollo, hanno messo a punto una tecnica che migliora i risultati ottenibili in fase di radicazione e hanno confermato la buona adattabilità del mirto ad essere moltiplicato con questa tecnica (Cadinu et al., 1998).

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